domenica 6 giugno 2010

Dead Man's Shoes: la rat-censione

Titolo: Dead Man's Shoes
Regia: Shane Meadows
Anno: 2004
Sceneggiatura: Paddy Considine, Shane Meadows
Cast: Paddy Considine, Tobby Kebbell, Gary Stretch

Il soldato Richard parte per la guerra: Anthony, fratellino ritardato, è ora costretto a badare a se stesso. Improvvisamente privato della protezione fraterna, Anthony cerca di sopperirne la mancanza affidandosi a un gruppo di balordi da 4 soldi, piccoli spacciatori locali che si approfittano dell'ingenuità del ragazzo per umiliarlo fisicamente e psicologicamente. Ma ora Richard è tornato in città ed è più che mai deciso a farsi giustizia da sé.

Mi imbatto nuovamente (e, di nuovo, casualmente) in Sean Meadows dopo l'ottimo This is England, di cui parlai tempo fa con toni lusinghieri in questo post.
Dead Man's Shoes lo precede di due anni, prefigurandone alcuni temi che Meadows riprenderà, approfondità e analizzerà da una nuova e più completa angolazione nel successore.

La prevaricazione del gruppo sul singolo, del forte sul debole, della volontà collettiva depersonalizzata sull’individualità è il nucleo centrale attorno al quale si sviluppa la riflessione di Meadows: ma se nel successivo This is England il regista inglese troverà il modo di far esplodere dall’interno le tensioni accumulatesi all’interno del gruppo di skinhead, in Dead Man’s Shoes è l’elemento esterno a occuparsi di vendicare col sangue le umiliazioni subite da chi non era in grado di difendersi da sé.
Le responsabilità del gruppo sono chiare e assolute e, quando giunge il momento di pagare il conto con tutti gli interessi, a nessuno degli sbandati aguzzini viene in mente di poter espiare in qualche modo il proprio peccato: l’unica soluzione praticabile è quella di (tentare di) eliminare il problema alla radice. Uccidendo Richard le loro squallide e vuote esistenze potranno tornare ad essere riempite dalle montagnole di coca e dai sacchetti traboccanti di pillole e acidi che spacciano ogni giorno ai ragazzini della cittadina. Come potete facilmente immaginare, la cosa non sarà affatto così semplice.

Dead Man’s Shoes è un film asciutto, essenziale, diretto: 90 minuti scarsi in cui la tensione psicologica monta progressivamente per non calare più fino al tragico esito finale, che vedrà confrontarsi chi è venuto per punire e chi, anni prima, sarebbe forse potuto intervenire per evitare, o per lo meno smorzare, l’escalation di violenza. Chi è il vero mostro?
Nel constatare che il film trasuda "inglesità" da ogni inquadratura e da ogni dialogo mi è venuto in mente un passaggio di questa recensione apparsa su Malpertuis qualche tempo fa, passaggio che cito testualmente:
La prima cosa che salta subito agli occhi, alla mente, alla gola è che da sempre l'Inghilterra sembra essere il Paese più capace di capitalizzare sul proprio squallore. Gli interni e gli esterni dei sobborghi di Londra proposti qui e in mille altre occasioni parlano di spazi geosociali nei quali diventa pressoché impossibile condurre una vita normale, crescere più o meno sani mentalmente.
Impossibile non ravvisare la stessa, strisciante sensazione di lurido squallore sociale nel cinema di Meadows, il cui sguardo si posa impietoso e senza filtri su una degenerazione morale che si riflette in un'ambientazione marcia fuori e dentro.

Ottime le interpretazioni degli attori, a partire da Toby Kebbell, straordinario nella parte del ritardato Anthony, fino a Paddy Considine (che firma la sceneggiatura insieme a Meadows), più che mai credibile (e inquietante) nella parte del reduce di guerra la cui integrità morale è ormai irrimediabilmente guastata da una concezione di giustizia sovrapposta a quella di vendetta personale.
E, tratto anch’esso comune in molta produzione britannica, una menzione d’onore va alla splendida colonna sonora:
"I cant be held responsible for the things I say / For I am just a vessel in vain / And I cant be held responsible for the thing I see / For I am just a vessel in vain" recita Bill Callahan, in arte Smog, in Vessel in Vain, opening theme del film. Scelta quantomai azzeccata.
Ho una mezza idea che, la prossima volta che mi imbatterò in un film di Meadows, non sarà affatto per caso.



Aggiornamento: Parli del diavolo... come segnalato oggi da Cineblog (queste coincidenze mi inquietano assai), a quanto pare qualcuno ha deciso di distribuire il gioiellino di Sean Meadws anche in Italia, in formato DVD.
Ecco il trailer della versione italiana.

2 commenti:

Marco (Cannibal Kid) ha detto...

avendo adorato this is england ed essendo fan dell'inglesità, devo recuperarmi pure questo!
oh yes

Re Ratto ha detto...

This is England è un prodotto più maturo, ma questo è un bel cazzotto dritto alla bocca dello stomaco.
Prossimamente recupererò anche Somers Town, ultima fatica di Meadows.
Ovviamente, in Italia non è mai arrivato nessuno dei suoi film.