domenica 9 gennaio 2011

Appaloosa: la rat-censione

In seguito alla morte dello sceriffo Jack Bell, freddato insieme ai suoi vice da un fuorilegge locale, la cittadina di Apploosa è piombata nell'anarchia: sotto la costante minaccia delle armi, la popolazione assiste impotente alle angherie della banda di balordi capeggiata da Randall Bragg (Jeremy Irons) che, sbarazzatosi di Bell, spadroneggia nella zona a suo piacimento. Per ripristinare l’ordine il sindaco affida la città alle cure di Virgil Cole (Ed Harris) ed Everett Hitch (Viggo Mortensen), coppia di mercenari al soldo di chiunque abbia abbastanza denaro (e fegato) per mettersi al loro servizio. Il nome di Virgil Cole risuona nel deserto come il richiamo di un coyote affamato: la sua fulminea rapidità con la pistola e i suoi metodi poco ortodossi fanno già parte della leggenda del west. Ottenuta dal sindaco carta bianca per agire a suo piacimento, Virgil impone la sua legge su Appaloosa con l’obiettivo di consegnare Randall Bragg al patibolo. Ma quando in città arriva la bella Ellie Franch (Renée Zellweger) i suoi piani sono destinati a complicarsi.

Ho sempre avuto un rapporto di amore/odio con il western. Da un lato subisco l’abbagliante fascino del suo immaginario: gli spazi sconfinati, le polverose strade che li attraversano, la terra riarsa da un sole implacabile, una terra che si offre, dura e spigolosa come la pietra, ai pionieri, uomini di poche parole come la silenziosa prateria che li circonda. Il fascino della scoperta, del viaggio, dell’avamposto, dei duelli, di una sopravvivenza in bilico tra la legge dell’uomo e quella del deserto. Un mondo in cui ogni cosa va conquistata, battezzata, costruita. Dall’altro faccio fatica ad accettare l’ipertrofica ripetizione di topoi, situazioni, personaggi che troppo spesso si sovrappongono l’un l’altro, col risultato di andare a formare un’unica, grande sceneggiatura che, con qualche minima variazione sul tema, tende a ripetersi all’infinito.

Il film di Ed Harris, qui nella doppia veste di attore e regista, mi riconcilia col genere, e lo fa innestando su un impianto scenografico e narrativo molto classico (la banda di fuorilegge che spezza il fragile ordine di un avamposto nel selvaggio west e i giustizieri mercenari pronti a ripristinarlo) una singolare storia di amicizia tra due uomini la cui gelida imperturbabilità nasconde insospettabili turbamenti.

Virgil Cole è il classico “eroe western” tutto d’un pezzo, mente lucida e riflessi fulminei, l’incedere sicuro di chi sa di poter vincere ogni duello al primo sguardo. Eppure… eppure l’imperscrutabile Virgil Cole soffre di una forma di dislessia che lo costringe a chiedere l’aiuto del compare quando “non gli viene una parola”. Eppure Virgil Cole, incorruttibile sceriffo dagli occhi di ghiaccio, nasconde forse il desiderio di porre fine al suo eterno vagabondare e di accasarsi. Forse proprio qui, ad Appaloosa. Forse con Ellie, la pianista da poco giunta in città. Il suo desiderio è presto esaudito, troppo presto. Ellie si dimostra donna volubile, alla disperata ricerca di qualcuno che possa offrirle protezione fisica e sicurezza economica. Se sarà Virgil a poterle dare tutto ciò tanto meglio. Ma se arrivasse un altro gallo nel pollaio…

Assistiamo così al consolidamento della sua immagine di uomo di legge disposto a tutto pur di raggiungere l’obiettivo prefissato, ma anche al progressivo disgregarsi di qualche certezza, a repentini lampi di smarrimento in uno sguardo altrimenti imperscrutabile. E così Virgil Cole, ruvido sceriffo scolpito nella roccia del deserto, mostra il fianco al suo essere imperfetto, corruttibile, umano. E, come tale, bisognoso di affermare la propria individualità nel rapporto con un suo simile: Everett Hitch, ex soldato e inseparabile compagno di peregrinazioni, amico e confidente, consigliere e guardia del corpo.

Ed è proprio nel rapporto tra Virgil ed Everett che risiede gran parte della potenza del film, un western “moderno” che fa delle dinamiche sociali e personali più che del fascino della Frontiera le sue armi migliori. Beninteso, gli appassionati del western “classico” ritroveranno gran parte dei temi a loro cari: duelli, sparatorie, inseguimenti, risse da saloon, il sole che acceca lo sguardo e secca la pelle, la terra selvaggia che si perde all’orizzonte. Perfino indiani e messicani. Ma Harris stupisce: inserisce l’elemento di disturbo, apre qualche piccola crepa qua e là, mette in bocca ai protagonisti lo scambio di battute che non ti aspetti. 

Splendidi davvero i dialoghi, intrisi di pungente ironia e mai scontati, e altrettanto splendide le interpretazioni di un cast in forma smagliante (Harris e Mortensen ci regalano una coppia di personaggi che sarà ricordata a lungo), impreziosito dalla performance di una Renée Zellweger che si cala alla perfezione nella parte della donna apparentemente fragile, ma che sa perfettamente chi e cosa vuole, e come ottenerlo. Forse più “classica” la figura di Bragg nel suo essere villain a tutto tondo, ma Harris si diverte a giocare anche con lui, sparigliando le carte in tavola quando forse lo spettatore non se lo aspetta più.

Una regia pulita ed essenziale, ma non per questo emotivamente arida, e una fotografia di grande impatto completano il comparto tecnico di un film il cui risultato finale supera di gran lunga la somma delle sue parti: lunga vita al western.

9 commenti:

Matteo Poropat ha detto...

Direi anche lunga vita ad Ed Harris, che ho sempre apprezzato e trovato (troppo) poco presente al cinema.

Re Ratto ha detto...

Non ho mai visto Pollock, suo primo lavoro da regista, ma dopo questa performance mi sa che vado a recuperarlo.

Iguana Jo ha detto...

Totalmente d'accordo.

Un film che mi ha sorpreso, visto per la presenza di Mortensen (che ormai è una quasi garanzia, oltre ad essere l'unico - dopo l'Uomo - a potersi permettere due sole espressioni), ma apprezzato per gli stessi motivi che elenchi sopra.

Bravo Harris, cui non avevo mai dato troppo credito in passato.

Re Ratto ha detto...

Ti dirò Iguana, me ne avevano già parlato molto bene, quindi in un certo senso ero preparato: ciononostante sì, ha sorpreso anche me.
E' un film a tratti davvero singolare.

Geek ha detto...

e allora, O Re, mi permetta di segnalare, sempre che non l'abbia già visionato, anche "Le Tre Sepolture". Sottovalutato e poco incensato filmone di Tommy Lee Jones. Un altro western atipico ambientato ai giorni nostri in un Texas quanto mai messicano. Io l'ho trovato indimenticabile. McChartyano quasi.

Geek ha detto...

dimenticavo: sceneggiatura di Arriaga, non so se mi spiego.

Re Ratto ha detto...

Ho visto "Le tre sepolture" tempo fa con abo, ammetto di averlo in parte rimosso, anche se ricordo un grande Tommy Lee Jones.
Quasi quasi lo rispolvero.

abo ha detto...

Lo abbiamo visto insieme? Bene, non mi ricordo nulla. Ma nulla nulla, eh, roba che stavo quasi per scaric... em, procurarmelo adesso.
Molto rincuorante sullo stato della mia memoria.

Re Ratto ha detto...

Ecco, adesso mi fai venire il dubbio: forse il visionario sono io?
Boh, sono sicuro al 100% di averlo visto con qualcuno, all'80% che quel qualcuno fossi tu.
È molto probabile comunque che non fossimo esattamente lucidi al momento della visione, cosa che spiegherebbe la rimozione...